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domenica 20 agosto 2017

Nelly e Mr. Arnaud, un omaggio al sentimento che non teme differenza di età

Titolo: Nelly e Mr. Arnaud
Titolo originale: Nelly et Monsieur Arnaud
Regia: Claude Sautet
Sceneggiatura: Claude Sautet, Jacques Fieschi, Yves Ulmann
Produzione Paese: Francia, Italia, Germania, 1995

Cast: Michel Serrault, Emmanuelle Béart, Jean-Hugues Anglade, Claire Nadeau, Michael Lonsdale, Charles Berling, Jean-Pierre Lorit, Michèle Laroque, Francoise Brion, Michel Albertini, Coraly Zahonero, Karine Foviau, Sylvie Jobert, Alexandre Chappuis, Laure Chamay, […]
Nelly (Emmanuelle Béart),una giovanissima donna, bella e attraente, introversa e distaccata, è sposata e fa diversi mestieri per vivere tra cui la commessa in una panetteria, la massaggiatrice e pure la dattilografa, o meglio sa usare il computer.  È già in crisi matrimoniale con il marito disoccupato Jérôme (Charles Berling) e, per questo, è soffocata dai debiti. Un giorno, mentre si prende un caffè in un bistrot con l’amica Jacqueline (Claire Nadeau), conosce l’anziano Pierre Arnaud (Michel Serrault), un ex giudice, che si è dato agli affari da cui ha ricavato una grande ricchezza. Pierre è una persona affabile, intelligente, raffinato, molto ricercato nel vestire, che, colpito dal fascino di Nelly, venendo a conoscenza delle sue difficoltà economiche, le fa un assegno di trentamila franchi senza pretenderne la restituzione per toglierla dai guai e le propone, visto che lei sa usare il computer, di battergli a macchina un libro autobiografico che ha scritto a mano, dato che conosce un editore Vincent Granec (Jean-Hugues Anglade) che glielo pubblicherà. Nelly accetta volentieri. Da questo momento, Nelly affronta una serie di situazioni sentimentali dalle quali è fortemente dibatutta, e  da cui emergono un sincero impulso amoroso, latente, di cui neppure lei ne avverte coscientemente o palesemente la concretezza.
Il regista Claude Sautet, morto nel 2000, mostra in Nelly e Mr. Arnaud,  una grande raffinatezza nel gestire con oculata maestria e intensa sottigliezza il confronto tra una donna giovane e bella e un anziano signore che riconosce la sua età, frena il suo impulso amoroso, non osa, e contiene il suo rispetto verso chi è molto più giovane di lei. Diventa quasi un gioco a due, un match, in cui non si sa fino alla fine chi sarà il vincitore o se finirà in parità, come succede tra persone dotate di spessore sentimentale elevato. Per questo il film ha ottenuto il Premio Cesar 1996 per la Migliore regia, affiancato in questo premio per Migliore attore da un grande Michel Serrault.
Il film per la sua bellezza ha ottenuto anche altri premi, tra cui il Premio Lumière 1996 a Michel Serrault per Migliore attore e il David di Donatello 1996 per Miglior film straniero.

Il film è stato trasmesso, oggi, dal canale TV Iris.
Filmografia
Asfalto che scotta (1960), Corpoa corpo (1964), L’amante (1970), Il commissario Pelissier (1971), È simpatico, ma gli romperei il muso (1972), Tre amici, le mogli e (affettuosamente) le altre (1974), Mado (1976), Una donna semplice (1978), Una brutta storia (1980) , Garçon!, Qualche giorno con me (1988), Un cuore in inverno (1992).
Francesco Giuliano

giovedì 10 agosto 2017

“Wish upon” una fiaba drammatica sui condizionamenti deleteri della micro-società

Titolo: Wish Upon
Regia: John R. Leonetti
Sceneggiatura: Barbara Marshall
Produzione Stato: USA 2017

Cast: Joey King, Ryan Philippe, Ki Hong Lee, Mitchell Slagget, Shannon Purser, Sydney Park, Elisabeth Rohm, Josephine Langford, Alexander Nunez, Alice Lee, Raegan Revord, […]

Clare (Joey King) è una liceale, orfana della madre Johanna (Elisabeth Rohm) che è morta suicida quando ancora lei era una bambina. Clare vive con il padre Jonhatan (Ryan Philippe) che rovista nei cassonetti della spazzatura oggetti che poi vende per poter tirare a campare. Ciò imbarazza Clare che per questo, a scuola, è presa in giro, trattata male da alcuni compagni e vittima anche di episodi di prepotenza gratuita. E ne soffre molto. Tutto cambierà, tuttavia, come avviene nelle fiabe, dal momento in cui il padre le regala una scatola cinese, trovata tra i rifiuti di un cassonetto. Questa scatola metallica è impossibile da aprire, da rompere e da decifrare. Infatti, sulla sua superficie ci sono delle scritte in cinese antico, di cui Clare riesce a sapere solo parzialmente il significato aiutata dall’amico Ryan Hui (Ki Hong Lee): quella scatola è prodigiosa perché esaudirà a chi la possiede fino a sette desideri, quel numero sette che compare sempre nei romanzi e nei film perché è un numero ritenuto magico sin dall’antichità e nella Smorfia indica il vaso di creta. Una scatola meravigliosa come la lampada di Aladino, il più famoso dei racconti de Le mille e una notte. Quel vaso rappresenta, da quel momento, uno strumento di rivalsa nei confronti di tutti i compagni che l’hanno maltrattata per Clare. Ne diventa un artificio molto semplice e per niente costoso che le permetterà di cambiare la sua vita e quella di suo padre. Ciò nonostante, Clare non sa che per ogni desiderio che le procura del bene a qualche altro sarà provocato del male. Così come sosteneva l’alchimista Giacomo Casanova: il bene nasce dal male come il male dal bene; e anche Michail A. Bulgakov: che mai farebbe il tuo bene se non esistesse il male, e come apparirebbe la terra se vi scomparissero le ombre?
Il film, dunque, è una fiaba moderna condotta con destrezza e maestria, senza sbavature, in cui il bene e il male sono in costante diatriba pur rimanendo in perenne equilibrio tra loro. Una fiaba dunque che dà vigore al bene (l’essere) e altrettanto al male (il non-essere). Un film che va letto anche dal punto di vista filosofico perché, come affermava il filosofo britannico Thomas Hobbes, il bene è l’oggetto del desiderio umano mentre il male è l’oggetto della sua avversione, o come asseriva il filosofo tedesco Immanuel Kant, il bene e il male non sono realtà o irrealtà indipendenti, ma dipendono dalla facoltà di desiderare dell’uomo.
Francesco Giuliano

venerdì 14 luglio 2017

Il documentario “IBI” selezionato al 70° Festival di Locarno – Fuori concorso

Titolo: Ibi
Regia: Andrea Segre
Fotografia: Matteo Calore
Montaggio: Chiara Russo
Coordinamento di produzione: Archontoula Skourtanioti
Musiche: Sergio Marchesini e Giorgio Gobbo (Bottega Baltazar)
Consulenza artistica: Marco Pettenello
Lingua: Yoruba, inglese, italiano
Paese: Italia
Prodotto da Francesco Bonsembiante
Una produzione JOLEFILM con RAI CINEMA con la collaborazione di ZaLab con il sostegno di Open Society Foundations

Cast: Ibitocho Sehounbiatou, Salami Taiwo Olayiwola, Mimma D’Amico, Fabio Basile, Giampaolo Mosca, Gian Luca Castaldi, Prosper Doe.
Il documentario parla di Ibi, una donna nera nata nel Benin nel 1960, dove aveva avuto tre figli. A quarantenni, in seguito a seri problemi economici, lasciò i figlia con sua madre accettando di trasportare la droga dalla Nigeria all'Italia. Ma fu scoperta, arrestata e condannata a 3 anni di carcere, a Pozzuoli, Napoli. Quando uscì dal carcere, Ibi rimase in Italia senza potersi recare dai figli e senza poterli aiutare per più di 15 anni. Allora per fargli vedere la sua nuova vita decise di iniziare a filmarsi, raccontando se stessa, la sua casa a Castel Volturno, dove viveva con un nuovo compagno, Salami, un uomo nigeriano con cui si sposò, e l’Italia dove cercava di riavere dignità e speranza. Dalle immagini riprese da Ibi è nato questo film.
Tre erano le sue preoccupazioni maggiori: i figli, il permesso di soggiorno e ricostruirsi una vita normale. A tenerle unite ci fu una nuova grande passione: la fotografia. Ibi iniziò a fotografare prima e a riprendere poi tutta la sua vita e quella della sua nuova comunità, gli  oltre diecimila africani che proprio in quegli anni ridisegnarono la geografia umana del litorale Domizio, abitando le centinaia di villette-vacanza costruite spesso abusivamente negli anni ‘80-‘90 da napoletani e casertani e diventando mano d'opera dell'agricoltura e dell'edilizia, in molti casi intrecciata a interessi criminali dei potenti clan camorristici della zona. Nel cuore di questa trasformazione, Ibi fotografava e filmava per costruirsi un'altra vita, guadagnando per documentare matrimoni, battesimi, feste religiose.
Nel contempo aiutava e sosteneva il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati a cui aderì assieme a Salami con entusiasmo trascinante, non solo per ottenere il suo permesso di soggiorno, ma anche perché credeva fermamente nella necessità di lottare tutti insieme contro le ingiustizie che vincolavano le vite della maggioranza dei migranti a Castel Volturno, in Italia, in Europa.  Ma filmò soprattutto per raccontare la sua vita ai suoi figli e a sua madre, lontani e irraggiungibili: senza permesso di soggiorno Ibi non poteva raggiungerli e non voleva che partissero per l’Italia come aveva fatto lei. La Questura di Caserta ritardava la convocazione di Ibi in commissione per il diritto d'asilo. Quando finalmente venne ascoltata in Commissione, nonostante un curriculum di impegno civile di tutto rispetto, la Presidente non se la sentì di decidere favorevolmente per quella donna, perché i suoi precedenti erano troppo pesanti e nessuno aveva il coraggio politico di superarli.  Ibi, allora, si sentì umiliata, ma non si fermò. Continuò a lottare e soprattutto a raccontare. Per oltre 7 anni Ibi raccontò il suo mondo. Non desistette tant’è che ad aprile 2015 le arrivò la buona notizia che aspettava. La commissione aveva deciso nuovamente di convocarla. Era felicissima. Ma come talvolta succede la vita ha dei risvolti imprevedibili e tragici. A fine aprile di quell’anno Ibi iniziò a stare male. L’8 maggio venne ricoverata, ma la notte del 19 maggio 2015 Ibi morì.
Questo non è un film sulla storia di Ibi, ma è un film di Ibi. Un film che lascia parlare le immagini, lo sguardo, le parole, l'anima di Ibi.
Il film di Ibi è solo suo e come tale diventa di tutte le donne che vivono quest'epoca di viaggiatori illegali e famiglie spezzate, di diritti negati e sofferenze nascoste, di società che cambiano e che non sanno dove stanno andando. Infine, questo film è una storia d’amore. L’amore vero, intenso e difficile di Salami e Ibi, celebrato da Salami alla fine del film con una profonda preghiera cantata in memoria della donna con cui aveva condiviso la fatica e la scommessa della migrazione.
Dice il regista Andrea Segre “Nel film sono presenti molte immagini realizzate da Ibi che abbiamo montato in una direzione guidata non solo dalla comprensione di ciò che a Ibi è successo (o meglio succede, nel tempo presente delle sue riprese), ma anche dal fascino che la posizione etica ed estetica di Ibi raccontano. Vogliamo che lo spettatore possa seguire l’io pre-narrante di Ibi, rimanendo con lei e non vivendola come oggetto, terza persona che testimonia una condizione di ingiustizia e sofferenza. Ibi ha sofferto, ma ha soprattutto raccontato, lottato e sorriso. È con lei che lo spettatore potrà stare, senza guardarla da fuori. Anche se lei non c'è più. L'assenza di Ibi è quello che le nostre immagini invece raccontano. La quotidianità di Salami nella casa rimasta vuota. Il mondo di Castel Volturno intorno a quella casa, dove lei filmava e viveva. Il silenzio di preghiere e dolori. Ricordi che non vogliono essere narrazione didascalica, ma momenti in cui l'assenza di Ibi prende corpo. Ibi non c'è più, non ce l'ha fatta a vedere esaudite le sue preghiere, a rivedere i suoi figli e sua madre, ad avere riconosciuto il suo diritto alla redenzione e al poter viaggiare. La sua scomparsa rende drammatici i suoi racconti, ma non ne toglie valore. La sua posizione “è” ancora, grazie a ciò che ha lasciato, grazie all’amore di Salami e a ciò che ha cercato di far capire ai suoi cari, a se stessa e al mondo. Ibi non c'è più, ma il mondo con cui Ibi ha dovuto lottare e voluto vivere, con cui Ibi ha dovuto scontrarsi e voluto incontrarsi, quel mondo c'è ancora e deve avere il coraggio di fermarsi a capire ciò che Ibi ha saputo insegnare”.
Francesco Giuliano

martedì 11 luglio 2017

“Gigolò per caso” un film dai particolari magici e delicati che seducono

Titolo: Gigolò per caso
Titolo originale: Fading Gigolo
Regia e sceneggiatura: John Turturro
Fotografia: Marco Pontecorvo
Musica: Abraham Laboriel, Bill Maxwell
Produzione Paese: USA 2013

Cast: John Turturro, Woody Allen, Sharone Stone, Sofìa Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob Balaban, M’barka  Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland,  Jade Dixon, DiegoTurturro, Aida Turturro, Michael Badalucco, […]
La crisi economica, che sta mettendo in crisi diverse piccole attività commerciali, porta spesso a inventarsi prestazioni anche molto redditizie. È quel che succede all’ebreo Murray (Woody Allen), che sta per chiudere la vecchia libreria che aveva ereditato da suo nonno,  e al suo amico Fioravante (John Turturro), uno squattrinato di mezza età, che tira a campare facendo molteplici mestieri tra cui l’idraulico, l’elettricista e il fioraio. Mentre i due impacchettano i libri, a Murray viene un’idea geniale e originale, per andare incontro alle loro future necessità economiche, proponendo all’amico, che nella sua bruttezza esprime un fascino che attrae le belle donne, di costituire tra loro due una società, in cui lui fa il procacciatore di donne che voglio sesso e Fioravante il gigolò. Ovviamente, la società tra i due va a buon fine e gli affari “vanno a gonfie vele”, come si suole dire, perché Fioravante con la sua naturale sensibilità e delicatezza riesce nel suo intento e ottiene apprezzamenti anche dalla dottoressa Parker (Sharone Stone) e da Selima (Sofìa Vergara). Tuttavia a Fioravante, un bel giorno, capita una bellissima ebrea chassidica, Avigal (Vanessa Paradis), vedova di un rabbino e madre di sei figli, della quale si innamorerà. L’amore è ricambiato da Avigal, in quanto Fioravante “porta magia nella solitudine”, ma esso avrà vita breve in quanto la comunità ebraica ortodossa, grazie al poliziotto Dovi (Liev Schreiber) che è invaghito della donna,  interviene rompendo bruscamente il legame affettivo nel suo nascere, perché come dice Fioravante “l’amore è dolore”, donde hay amor, hay dolor.
“Gigolò per caso” è un film ricco di eccellenti brani musicali (la musica jazz imperversa assieme a brani della canzone italiana come “Luna rossa” o “Tu si ‘na cosa grande” che ne descrivono sapientemente le scene), che variano al variare delle diverse e genuine vicissitudini sessuali del gigolò, frutto “del caso e della necessità”  a dirla con il filosofo Democrito, che rendono ancora più seducente e coinvolgente la visione del film, e magico e delicato, quasi surreale, ne danno il senso.
Il film ha avuto una nomination per la Migliore fotografia a Marco Pontecorvo al Premio Nastro d’Argento 2014.
Filmografia
Mac (1992), Illuminata (1998), Romance & Cigarettes (2005), Passione (2010), Gigolò per caso (2013), l’episodio Quando não há Mais Amor nel film Rio, eu te amo (2014).
Francesco Giuliano

domenica 9 luglio 2017

La “Civiltà perduta” per rivivere i valori antropici di un uomo alla ricerca dell’umanità

Titolo: Civiltà perduta
Titolo originale: The Lost City of Z
Regia: James Gray
Soggetto. David Grann (dal libro Z la città perduta)
Sceneggiatura: James Gray
Produzione Paese: USA, 2016

Cast:  Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller, Tom Holland, Angus Macfadyen, Edward Ashley, Ian mcDiarmid, Clive Francis, Franco Nero, Harry  Melling, John Sackville, Adam Bellamy, Daniel Huttlestone, […]
Sin dalle scene iniziali, che descrivono una battuta di caccia in Irlanda, si evincono la temerarietà, la bravura e la nobiltà d’animo del maggiore Percy Fawcett (Charlie Hunnam) dell’esercito britannico, agli inizi del XX secolo.  Il soggetto del film “Civiltà perduta” è stato tratto dal libro “The lost City of Z: A Tale of Deadly Obsession in the Amazon” (2009) di David Grann, in cui si racconta la storia vera del maggiore Fawcett, che fu chiamato, nel 1906, dalla Royal Geographical Society per andare a fare una mappatura del confine, in Amazzonia, tra Bolivia e Brasile al fine di scongiurare una probabile guerra “della gomma” tra questi due paesi, in quanto da quelle parti si estraeva il lattice dall’albero della “gomma”, l’Hevea brasiliensis, per  produrre il caucciù. Fawcett, animato da spirito di avventura e, spinto dal brama della scoperta e dal bisogno spasmodico di migliorare la stima degli altri verso di sé, che era stata compromessa da suo padre morto alcolizzato, accetta, lasciando la moglie  Nina (Sienna Miller), già incinta, sola con i figlio Jack (Tom Holland) ancora infante. Le insidie e i pericoli che gli si presentano lungo il percorso in Amazzonia sono molti, ma la sua tenacia, il suo coraggio e il suo sentire rivolto sempre verso l’eccellenza per scoprire la verità, gli permettono di concludere il compito arduo che gli era stato assegnato. Durante questa impresa, durata molti anni, il maggiore Fawcett trova casualmente dei resti di terracotta molto antichi nella foresta amazzonica, che lo inducono a pensare che da quelle parti ci fossero le antiche vestigia di una città che lui chiamò “Z”. Molti anni più tardi, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, durante la quale il cloro gli aveva prodotto danni alla vista per fortuna non molto gravi, Fawcett, divenuto colonnello, spinto dalla straordinaria insistenza dal figlio Jack, ritorna in quei luoghi alla ricerca della “civiltà perduta” dove però scompare assieme al figlio.
Il regista James Gray riesce, con sagacia compositiva e ritmica, con vivacità intellettuale e tramite un meticoloso lavoro di ambientazione, a mettere in evidenza il contrasto tra l’illusorio splendore degli ambienti sfarzosi degli Inglesi e il territorio naturalistico e ancestrale degli Indios, le loro differenze di costumi in quanto i primi sono costretti a indossare vestiti scomodi che li coprono dalla testa ai piedi mentre i secondi rasentano la nudità completa. Al tempo stesso, con un’articolazione delle inquadrature che mettono in risalto le asperità dei luoghi, riesce a scavare, anche, nei volti dei personaggi con crudezza realistica e acribia critica per coglierne nel contempo gli spasmi e le gioie e per mettere in risalto continuamente il perenne contrasto tra il Bene e il Male. Il regista, altresì, elabora una storia che è edificante e melodrammatica non tanto per il suo contenuto ma soprattutto per il linguaggio cinematografico, perfetto nella misura, con il quale esterna armonicamente e con perspicacia quel sublime sentimento umano volto alla scoperta della verità e al suo impulso costruttivo.
Filmografia
Little Odessa (1994), The Yards (2000), I padrone della notte (2007), Two Lovers (2008).
Francesco Giuliano

sabato 1 luglio 2017

In “Parliamo delle mie donne” Claude Lelouch con briosa semplicità drammatica parla delle sue donne

Titolo: Parliamo delle mie donne
Titolo originale: Salaud, on t'aime (Bastardo, ti vogliamo bene)
Regia: Claude Lelouch
Sceneggiatura: Claude Lelouch, Valérie Perrin
Musica: Francis Lai
Produzione Stato: Francia, 2014

Cast: Johnny Hallyday, Sandrine Bonnaire, Eddy Mitchell, Irène Jacob, Pauline Lefèvre, Sarah Kamezy, Jenna Thiam, Agnès Soral, Isabel de Hertogh, Valérie Kaprisky, […]

Dopo due anni “Parliamo delle mie donne” (2014) dalla sua uscita in Francia, arriva nelle sale italiane il cinquantacinquesimo film diretto dal prolifico ottantenne regista francese Claude Lelouch, che iniziò la sua carriera di cineasta a sedici anni con il film “Il male del secolo” (1953). Sequenze mozzafiato di splendidi e candidi paesaggi alpini innevati dell’Alta Savoia francese accompagnate dalle bellissime canzoni jazz di Louis Armstrong e Ella Fitzgerald e, in alcuni tratti del film, dalla canzone cantata da Dean Martin nel film in tv “Rio Bravo” (1950), già di per sé rendono questo film attraente, emozionante e particolarmente apprezzabile nel suo genere. Lelouch vuole parlare di se stesso e delle sue figlie, descrivendo nella sua parte finale la vita del fotografo di guerra Jacques Kaminsky (Johnny Hallyday) che, dopo aver girato il mondo a macchia di leopardo, inseguendo le guerre, e dopo aver visto morte e desolazione,  vuole, ormai ultrasettantenne, godere di un po’ di pace e serenità in una “valle dell’Eden” alpina, lontano dal frastuono e dal caos di una città come Parigi. Jacques vi si compra una vasta tenuta con un magnifico casolare, da cui si gode una vista panoramica. “Un posto davvero isolato”, lontano dal mondo, dove “non vorrebbe essere seppellita”  -  sostiene la moglie Bianca (Agnès Soral)  che, invece, preferisce rimanere in città, abbandonandolo. Jacques, allora, rimasto solo, si lega affettivamente alla sua nuova compagna, la dolce e affabile Nathalie (Sandrine Bonnaire), di circa trent’anni più giovane - una differenza d’età considerevole che però non sembra incidere negativamente sul loro incipiente idillio -, con la quale condivide quel paradiso naturale. Per festeggiare la nuova proprietà Jacques invita l’amico fraterno Frédéric (Eddy Mitchell), medico personale, e le sue quattro figlie a cui ha dato per bizzarria, rispettivamente, il nome delle quattro stagioni,Primavera (Irène Jacob), Estate (Pauline Lefèvre), Autunno (Sarah Kamezy) e Inverno (Jenna Thiam) e che ha avuto dal rapporto con quattro donne diverse nel suo girovagare per il mondo. Queste ultime, in un primo momento non accettano l’invito deludendo il padre, ma poi, in seguito a una telefonata che Frédéric fa a Primavera, ognuna per proprio conto si convince e si reca dal padre facendo risultare l’arrivo un’improvvisata. Jacques è felicissimo per avere riunito le sue bellissime figlie e per averle tutte finalmente accanto a lui. Ogni cosa sembra procedere fin troppo bene, ma durante il convivio la rivelazione casuale di Jacques di avere un’altra figlia cubana, Francia (Valérie Kaprisky), concepita durante la crisi della Baia del Porci (1962), scatena un putiferio dai risvolti profondamente drammatici anche se “il caso ha il suo fascino”. E può capitare così che la ricerca della felicità può avere conseguenze caotiche opposte a essa e irreversibili.
Parafrasando i suoi precedenti film “Un uomo, una donna” (1966) e “Un uomo, una donna oggi” (1986), si potrebbe dare il titolo “Un uomo, tante donne” a questo coinvolgente film che verrà sicuramente apprezzato anche dagli ambientalisti. Un film interpretato magnificamente dal cantante attore Johnny Hallyday che, con il suo viso solcato da profonde rughe scavate dal tempo e con i suoi occhi piccoli ma profondamente espressivi, riesce ad esprimere le fondamenta della filosofia di vita di Jacques basate “sulla giusta distanza” e “sull’equilibrio interiore”, equilibrio che da un atteggiamento impulsivo e irrefrenabile da parte di una delle figlie però viene alterato.
Filmografia
Il male del secolo (1953), Usa alla rinfusa (1956), Una città non come le altre (1956), Quand le rideau se lève (1957), La guerra del silenzio (1959), I meccanici dell’aviazione (1959), S.O.S. Elicottero (1959), Ciò che è proprio dell’uomo (1960), L’amore senza ma …(1962), Una ragazza e quattro mitra ( 1964), La donna è uno spettacolo (1964), Operazione golden car (1966), Un uomo, una donna (1966), Lontano dal Vietnam (1967), Vivere per vivere( 1967), Un tipo che mi piace (1969), La vita ,l’amore, la morte (1969), La canaglia (1970), Tre dritti a Saint Tropez (1971), L’avventura è l’avventura (1972), Ciò che l’occhio non vede (1973), Una donna e una canaglia (1973), Il matrimonio (1974), Tutta la vita (1974), Il gatto, il topo, la paura e l’amore (1975), Un appuntamento (1976), La fabbrica degli eroi (1976), Chissà se lo farei ancora (1976), Un altro uomo, un’altra donna (1977), Agenzia matrimoniale (1978), A noi due (1979), Bolero (1981),  Edith e Marcel (1983), Viva la vita (1984), Tornare per rivivere (1885), Un uomo, una donna oggi (1986), Una storia dei nostri giorni (1986), Una vita non basta (1988), Ci sono dei giorni … e delle lune (1990), La belle histoire (1991), L’amante del tuo amante è la mia amante (1993) I miserabili (1995), Lumière et compagnie (1995), Uomini e donne – Istruzioni per l’uso (1996), Per caso  o per azzardo (1998), Una per tutte (1999), And Now … Ladies & Gentlemen (2002), 11 settembre 2001 (2002), Les parisiens (2004), Le courage d’aimer (2005), Roman de gare (2007), Ces amours-là (2010), Parliamo delle mie donne (2014), Un + une (2015), Chacun sa vie (2017).
Francesco Giuliano

giovedì 22 giugno 2017

“Aspettando il re”, una arguta metafora sulla perdita della supremazia economica americana

Titolo: Aspettando il re
Titolo originale: A Hologram for the King
Regia: Tom Tykwer
Soggetto: Dave Eggers dal romanzo “Ologramma del re” (2012)
Sceneggiatura: Tom Tykwer
Musiche: Johnny Klimek, Tom Tykwer
Produzione paese: UK, Francia, Germania USA, 2016

Cast: Tom Hanks, Sarita Choudhury, Alexander Black, Sidse Babett Knudsen, Khalid Laith, Ben Whishaw, Tom Skerritt, Tracey Faira way, David Menkin, Rolf Saxon, Dhaffer L’Abidine, John Donahue, David Menkin, [...]
Alan Clay (Tom Hanks) è un agente intermediario in procinto di essere licenziato dall’azienda per la quale lavora. Gli si dà un’ultima chance. Viene inviato, infatti, in Arabia Saudita, in una zona dove è in progetto la costruzione di una megalopoli ultramoderna, al fine di ottenere dal re di quel paese un appalto per la fornitura di impianti informatici basati essenzialmente sugli ologrammi, le figure tridimensionali proiettate nello spazio mediante l’uso di raggi laser, usati per videoconferenze. Alan Clay è un uomo in crisi esistenziale, perché è divorziato con una figlia adolescente Kit (Tracey Fairaway) a carico che vorrebbe mandare a studiare in un college se l’affare andasse in porto. Egli si reca in quel paese fiducioso di portare a buon fine l’agognata impresa, ma già dal primo giorno si rende conto che le cose non vanno per il verso giusto. Il re e soprattutto il suo collaboratore, incaricato di occuparsi dell’affare, Karim Al-Ahmed (Khalid Laith), non hanno rispettato la data dell’incontro per assistere alla presentazione e, non si sa, quando saranno presenti. Clay non deve fare altro che attendere. E nell’attesa, “aspettando il re”, analizza la sua situazione familiare, i suoi sensi di colpa per aver chiuso uno stabilimento e mandato a casa centinaia di operai,  e la sua vita passata, che vengono adeguatamente raccontati mediante continui flashback. Grazie all’autista Yousef (Alexader Black),Clay visita il paese e scopre gli usi e i costumi del popolo arabo, le leggi e le condizioni retrograde della donna.
Il film, diretto in modo brioso e spiritoso, non annoia, anzi diverte, e fa scoprire allo spettatore un mondo, quello arabo, in cui la condizione della donna è ben lungi da un’emancipazione adeguata, e dove le usanze e le tradizioni sono molto restrittive e soggette a severe leggi. Vi emergono le profonde discordanze tra un mondo in espansione mediante l’uso dell’alta tecnologia utilizzata, la costruzione di grandi megalopoli, i beni di lusso e un mondo rurale arcaico, permaloso, antiquato e retrogrado dove lo scherzo non è ammesso.
Il regista Tom Tykwer utilizza questa storia come arguta metafora della perdita della supremazia economica americana, il suo assoggettamento alla ricchezza dei paesi arabi produttori di petrolio e il suo fallimento nel competere con potenze economiche emergenti come la Cina.

Filmografia
La mortale Maria (1993), Sognatori d’inverno (1997), Lola corre (1998), La principessa e il guerriero (2000), Heaven (2002), Faubourg Saint-Denis iin Pars, Je t’aime (2006), Profumo – Storia di un assassino (2006), The International (2009), Drei (2010), Cloud Atlas (2012).
Francesco Giuliano